Linux modifica i linguaggi di programmazione: no ai termini discriminatori

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Linux modifica i linguaggi di programmazione: no ai termini discriminatori

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Dopo Microsoft e Google anche Linus Torvalds, creatore di Linux, si fa promotore di un nuovo linguaggio di programmazione che dice no ai termini discriminatori. I colossi hanno quindi proposto la sostituzione di alcuni termini tipicamente impiegati nei codici per rendere anche il linguaggio informatico più inclusivo.
Linux elimina termini razzisti dal linguaggio informatico!

La stessa strada è stata già intrapresa da Microsoft e Google e non solo. Anche il MIT ha interrotto l’attività di un grande database impiegato per l’educazione di sistemi di intelligenza artificiale per via dei termini razzisti e misogini contenuti in una lista di circa 53.000 parole utilizzate, appunto, per l’istruzione dei sistemi. Linux non resta indifferente a quanto intrapreso dai colossi e decide dunque di adottare i suggerimenti forniti dallo sviluppatore Dan Williams circa la sostituzione di alcuni termini discriminatori.

Il creatore di Linux ha quindi proposto una nuova lista di parole da utilizzare al posto di quelle fino ad ora impiegate. I dipendenti dovranno adesso preferire coppie di termini come “denylist/allowlist“, oppure “blocklist/passlist” al posto dei noti “blacklist” e “whitelist“.

Saranno eliminati anche termini come “master” e “slave”, letteralmente padrone e schiavo, per i quali si ritiene opportuno impiegare i più inclusivi “primary” e “secondary“; oppure “director” e “performer“; o ancora “leader” e “follower”.

L’obiettivo è quello di apportare modifiche che rendano anche il mondo tecnologico più inclusivo e meno discriminatorio. Ma, come affermato da ZDNet, le iniziative promosse dal movimento Black Lives Matter sono state criticate da alcuni esponenti della comunità tecnologica poiché, seppur eticamente meritevoli, rischiano di apparire superficiali se non accompagnate da azioni efficaci al fine di fronteggiare realmente il razzismo e le discriminazioni.



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